Tuesday, 9 May 2017

Marvel's Luke Cage and Iron First

Ok eravamo viziati, bisogna ammetterlo. Dopo Daredevil e Jessica Jones, ci si aspettava che la qualità degli show Marvel su Netflix non potesse essere scalfita.
Ci sbagliavamo.
Succede.
Luke Cage ancora regge, eh... anzi forse è anche fatto bene. Penso che sia colpa del personaggio, che è, diciamocelo, palloso. Un semidio d'ebano indistruttibile, che però non fa ridere - nè è discreto - come Thor, e ha come unica catch phrase "Sweet Christmas".
La storia è l'ennesima origin story, e l'establishment come vigilante di Harlem, condita con un po' di polizia corrotta, qualche trauma infantile e troppo black power. I cattivi sono macchiette al confronto con Kingpin o Kilgrave, anche se ammetto che Cottonmouth è divertente. Diamondback no. Basta con questa storia che i cattivi son cattivi perchè il babbo non gli ha comprato i cioccolatini da piccini (cit. dal commissario Montalbano).
Claire Temple resta una spalla piacevole, peccato per la love story mancata. Peccato, anche, che poi si travasi in Iron First senza che si capisca bene quale sia il suo ruolo, a parte quello di far conoscere i Defenders fra di sè. Boh, forse, in effetti, è un ruolo importante. Quindi via, se togliamo che il black power m'ha un po' rotto le palle (così come il girl power, gay power, cat power e via discorrendo), che il supervillan - Diamondback - faceva un po' cacare e che Luke Cage ha l'espressività di una montagna di carbone, lo show si merita un 6 e mezzo. Forse 7, se penso al tipo che gioca a scacchi nel barber shop.

Iron fist invece è un 4 regalato. Niente in quello show è fatto bene. Ma proprio nulla hanno azzeccato. Eppure era difficile sbagliare uno show basato su un guru di arti marziali che vuole salvare new york dai ninja cattivi, per di più quarta installazione di una linea narrativa di estremo successo e preambolo del crossover più atteso dopo la battaglia nel piazzale di decathlon di Civil War. In qualche modo ci sono riusciti a produrre un troiaio, con un mix letale di dialoghi a tratti francamente imbarazzanti, back story non sviluppata, passo di una lentezza disarmante e combattimenti mal coreografati. Non c'è un solo personaggio che sia sviluppato a dovere o un solo arco narrativo che abbia senso. Danny Rand passa in maniera totalmente bipolare dallo zen assoluto del maestro supremo di arti marziali, alle bizze del ragazzetto dell'uppereast side. Forse questo era lo scopo, mettere in scena questa doppia personalità, ma così non funziona. Era necessario sviluppare la back story in maniera un po' piu' completa di un singolo flashback, che ci hanno riproposto almeno 10 volte. Veramente poi gli avete fatto dire a cani e porci che lui è l'Iron First, l'arma immortale scelta per proteggere una dimensione celeste? Ma queste cose non erano segreti sacri? boh.
La storia de the hand è di per sè figa e ha del gran potenziale che spero venga sfruttato nei Defenders, perchè così mi ha solo lasciato amaro in bocca. Madame Gao, che già conoscevamo, ha il suo perchè e sappiamo già essere una cattivona, Bakuto invece si presenta come un tizio normale e flemmatico che poi si scopre essere un supercattivo. Ecco io la transizione proprio non l'ho colta. Trovo che sia rimasto uguale dall'inizio alla fine. E Davos e il cambio repentino di posizione? Davvero a Joy basta un caffè per convincersi a far fuori l'amico di infanzia Danny? Forse le vanno mandate altre m&m's. L'arco redentivo di Ward Meachum è quasi decoroso, mentre la  morte di Harrold Meachum proprio no: che voglion dire gli occhi rossi? Che verità avremmo dovuto capire dal flashback di mezzo microsecondo del drago della caverna? e infine, davvero Danny si porta la ragazza al monastero sacro come se andasse in interrail? ma, soprattutto, veramente va a scalare l'Hymalaya senza manco un piumino?

Monday, 24 April 2017

Doctor Strange


C'è Benedict Cumberbatch, la magia, i frattali, una dose giusta ma non eccessiva di battute, le arti marziali e anche un po' di imaging diagnostico.
Poteva forse non piacermi?
Doctor Strange è fatto bene, equilibrato, unisce attori con i controcoglioni a effetti speciali niente male, regala immagini di Kathmandu, Londra e New York (anche Hong Kong ma li non ci son stata, quindi mi toccano meno corde del cuore) e ci fa anche vedere un attimo Thor con la birra in auto refill.
Ora che so che Dr Stange compare in Thor - Ragnanok, sì che non vedo l'ora che esca.
L'inizio del film è perfetto, con le inquadrature che si spostano dalle mani agli occhi blu vitrei di un Cumberbatch completamente assorbito nel suo ruolo di semidio agghindato da neurochirurgo.
Poi il delirio di onnipotenza, alla guida spericolata del suo bolide, mentre analizza immagini MRI di cervelli. Infine la peggior punizione: l'incidente, che non lo uccide, ma gli rovina le mani, che sono la sua forza. E dove la scienza non può, può la magia.
- È un film, mi raccomando. È un film. Nella vita vera se siete malati andate all'ospedale e non dal mago, per favore -
Il dottor professore ci mette un po' ad abbandonare la strada del raziocinio, ma, abituato come è a credere al dato sperimentale, non può che restare intrippato nel momento in cui l'Ancient One gli mostra la dimensione astrale e il multiverso. Non è fede, è curiosità scientifica. Il pungolo che prende tutti noi quando si incoccia in qualcosa che non si sa. È la brama di sapere tutto, di capire tutto, di mettere tutto in fila. Lui inizia così, per lo stesso motivo per cui aveva scelto medicina molti anni prima.
Poi, con [...] study and practice, years of it [...] capisce che tutto non si può capire, che il suo complesso edonistico lo ha tenuto lontano dalla grandezza, che [...] it's not about you [...] e tutti, forse, siamo qui per servire qualcosa di più grande delle nostre misere vite, che non è Dio, almeno non per me, ma la conoscenza.
La morte è quello che da senso alle nostre vite? Forse, ma io non c'ho un buon rapporto, e sono in buona compagnia. L'Ancient One ha vissuto vari secoli, non sempre mantenendo la fedina penale immacolata, eppure quando si trova davanti alla Nera Signora, allunga l'ultimo istante in minuti pur di vedere per l'ultima volta la neve. Il fulmine che spacca il cielo nero di New York al rallentatore è una delle miglior immagini che abbia visto al cinema quest'anno.
Poi i buoni vincono, forse, almeno per il momento, ma quello conta poco - ci si aspettava. Conta il sacrificio, la volontà di morire all'infinito in un loop temporale eterno, pur di salvare il genere umano. In questo si incarna la vera evoluzione del personaggio, che un'ora e mezzo prima, all'inizio del film, aveva deciso di non intervenire su una sedicenne con glioma per non rovinare il suo perfect record.
Il cast è ottimo, come al solito. Il MCU ha un dono speciale nel scegliere attori perfetti nei loro ruoli, anche perché a ognuno di loro viene lasciato il tratto distintivo proprio della loro cultura di origine. Ecco che Thor ha il retrogusto del cazzone australiano, Iron Man i deliri di onnipotenza dell'imprenditore americano e Dr Strange è inglese, nonostante l'accento newyorkese. BC parla in americano, ma il suo humor resta british. "you should have stolen the whole book, the warnings come after the spell". 
Il film ha sempre perfettamente senso senza nemmeno un buco di scrittura? Forse no. Di solito, non si capisce come mai facciano entrare Strange conciato in quel modo in sala operatoria. Ma questo è forse l'unico pelo nell'uovo che mi va di trovare - loro ne hanno trovati vari -, perché anche nel suo scontro con Kaecilius, da cui esce vivo a differenza del protettore del Sanctum di NY, non è Strange a vincere, ma il Clock of Levitation, che di Strange ha visto il potenziale e lo ha scelto come suo mago.
Il film finisce con Dr Strange, in costume completo, che guarda fuori dal rosone del Sanctum di NY di cui è stato nominato protettore e dove si è stabilito per continuare con gli anni di studio e pratica.
Ci saranno altre battaglie, ma il mondo è pronto - ed io anche, sul divano, con la mia La Croix in attesa di Infinity war.


Thursday, 20 April 2017

Girls


La storia di quattro amiche e le loro vite in New York City. Suona familiare? Lo è.
Centinaia di parole sono state spese sulle similitudini e differenze fra Sex and The City e Girls, lo show scritto, diretto e interpretato da Lena Durham che è finito domenica sera.
Similitudini: quattro amiche e le loro avventure nella grande mela.
Differenze: tutto il resto.
Girls non è un'inno all'amicizia che vince su tutto, non è un inno a New York - infatti è ambientato a Brooklyn -, non è un inno all'amore che trionfa - almeno non nel senso tradizionale -, non c'è il principe azzurro - a onor del vero il principe c'ha provato, ma ha perso il mantello nell'arco di una puntata di 20 minuti -, non ci sono le battute divertenti - o meglio ci sono ma non fanno tanto ridere-.
SATC era una commedia arguta basata sulla vita di quattro trettenni del ceto medio-alto che se la godono a Manhattan fra alterne vicende, moda e amori. C'era Manhattan e c'era il sesso, parecchio, sopratutto tramite Samantha, sempre in chiave o romantica o divertente. Ci sono state lacrime, ma ci sono sempre stati l'eureka, la resa dei conti e il lieto fine.
In Girls, quattro ragazze fresche di college si ritrovano a intrecciare le proprie esistenze per decidere, dopo sei anni, che alla fine non sono poi così amiche e che anzi, fondamentalmente, stanno meglio senza frequentarsi. Girls parla della generazione dei Millennial, cresciuta con l'idea di essere speciale e di meritarsi successo. "Entaitlement" e' la parola corretta in inglese, avere il diritto di ottentere qualcosa.
"I am the voice of my generation, or at least a voice or a generation".
Girls parla di come quell'idea viene distrutta una volta che, dopo il college, si passa a doversela cavare da soli e si scopre, non senza stupore, che nessuno ti deve niente e che anzi la via del successo, inteso nel senso di realizzazione personale, è lunga e faticosa.
Non è la mia generazione, io sono una Gen-X e, come viene detto in uno dei migliori scambi dello show, noi, quando ci dicevano che eravamo speciali, avevamo almeno l'intelligenza di capire che o ci stavano prendendo per il culo o ci ritenevano deficienti.
Non è la mia generazione per cui non posso valutare su un piano personale come è stata trasposta sul piccolo schermo, ma il quadro che ne esce è cupo: disillusione, depressione, sesso - tanto - per tutti i motivi possibili  - amore, attrazione, autoaffermazione, noia, divertimento. Le scene di sesso mettono per lo più a disagio, così come molte conversazioni e situazioni, ma lo spaccato di vita è così realistico che lo show si guarda bene e volentieri. Il finale è esattamente quello che doveva essere, solo un momento nel continuum, senza catarsi, chiusura, conclusione alcuna. C'è solo una nota positiva, sui titoli di coda, che segna per Hannah, protagonista indiscussa nel suo abissale egocentrismo, l'inizio - alla buon ora (n.d.r.) - della vita adulta.
Il massimo del lieto fine che ci si poteva aspettare da questo show e dalla vita in genere.


Monday, 3 April 2017

The Young Pope


The Young Pope.png

Sorrentino fin dal primo fotogramma. Inquadrature storte, effetti speciali di scomposizione dell'immagine, immagini rotanti. Dialoghi lenti. Primi piani. Ingrandimenti degli occhi. 
Se uno ama Sorrentino, gli bastera' quello. Se uno odia Sorrentino, si sfavera' fin dai titoli di inizio del primo episodio. Se uno, come me, e' intrigato da Sorrentino, ma lo trova insostenibilmente pretenzioso e autocelebrativo, volera' sulla prima stagione di "The Young Pope" a fasi alterne di autentico piacere e occhi alzati al cielo in moti di fastidio.
Ah poi c'e' la storia.
La storia e' graziosa.
Per apprezzarla al pieno credo uno debba essere italiano. Se sei italiano che vive (o ha vissuto) in America ancora meglio, perche' riesci a apprezzare a pieno le sfumatore delle due culture e, a tratti, la loro inconcilibilita'. La narrativa e' interessante, anche se  forse un po' scontata. Pio XIII (Lenny Belardo, Jude Law) parte cosi' alla grande come il big bad che era assolutamente ovvio che sarebbe stato sviluppato nella direzione di una potenziale redenzione. Anche la back story un po' scontata: Lenny e' cosi' altisonantemente conservatore perche' e' stato abbandonato dai genitori hippie. Diciamo che non e' la narrativa il motivo per cui vale la pena di guardare lo show, ma sono i dettagli e il personaggi secondari a partire da un magnifico Silvio Orlando nei panni del Cardinal Voiello, con tanto di accento terribile e maglia del Napoli. Ho apprezzato anche come sono state rese italianate cliche', tipo il caso del ciarlatano Tonino Pettola, gli inciuci di palazzo e le feste della Roma di altoborgo, che tanto ricordano "La Grande Bellezza".
Trovo che non valga la pena di una seconda stagione, almeno che non ci siano in palio ideone della madonna. Non era nato per avere un prosieguo e si percepisce abbastanza bene dal cliffhanger posticcio. Spero che non ci si riduca alla totale redenzione di Pio XIII, post incontro con i genitori, ma suppongo Sorrentino sia un tipo troppo in gamba per indulgere a tale faciloneria, anche nell'ottica di lavorare per una emittente statunitense e non di andare a Cannes e di vincere un altro Oscar.

Tuesday, 24 January 2017

Captain America - Civil War

di Francesco Dì



Innanzitutto scusate per il ritardo (citando Troisi), anche se immagino che nessuno si stesse logorando nell’attesa. Ho trovato solo adesso il tempo per buttare giù i miei pensieri su Captain America - Civil War, film Marvel uscito a maggio dello scorso anno. Avendo perso l'attimo per commentare poco dopo la prima visione (non il colorato androide - OK, era una battuta, risate in sottofondo), ho aspetto l’uscita del DVD e me lo sono rivisto.
Allora bando alle ciance: partiamo dal film per quello che è senza andare a sviscerare la fedeltà con il fumetto.
A me è piaciuto, decisamente. E questo è il primo punto a suo favore. Trovo che i fratelli Russo abbiano trovato il modo giusto di costruire questi film: sono film di supereroi, bisogna scazzottarsi e non poco! Certo poi c’è scazzottata e scazzottata, e nello specifico Joe e Anthony riescono, fra un inseguimento e l’altro e un po’ di esplosioni, a caratterizzare tutti i personaggi. Avevo avuto questa sensazione già al cinema, e lo confermo adesso. Sono ben definiti tutti nei vizi e virtù. Il pretesto dello scontro interno genera un confronto che ne tira fuori in maniera decente la profondità del carattere. E mi è piaciuto il “carattere” che hanno dato a tutti, gettando il seme delle future relazioni e coinvolgimenti post Civil War (Wanda e Visione in primis).
Tony, seppur egocentrico e calcolatore, fa uscire il lato “caldo” ed emotivo. Cap, fedele fino all’ottusità, si rivela testardo e non così impeccabile e senza macchia come ci si aspetterebbe. Loro due ovviamente la fanno da padroni, e anche se il film si intitola Captain America – Civil War, a mio parere è altrettanto importante la figura di Iron Man (sarà anche per il carisma di Robert Jr. ), che funziona perfettamente come l'altro piatto della bilancia. Si parla di due amici, guerrieri, compatrioti, che, nonostante lottino per la stessa identica causa, decidono, per convinzione o convenienza, di approcciarla in maniera opposta. Il primo piegandosi a un compromesso al limite del discriminatorio (il Sokovia accord: che sottopone l'operato degli Avengers al controllo delle Nazioni Unite, richiede la registrazione degli Enhance Individuals e ne regola il libero spostamento), il secondo ribellandosi al sottoporvisi. E pensare che, fra i due, la sgheggia impazzita sarebbe dovuta essere Tony. Chi ha ragione e chi ha torto? Difficile deciderlo. Ed è proprio questo il bello del film: entrambi hanno ragione e torto allo stesso tempo e lo spettatore resta sospeso, senza sapere se tifare per l'uno o l'altro.
Le new entry sono ben dosate: Pantera Nera è realizzato bene, alla fine mostra il lato fiero da sovrano del Wakanda, e il nostro arrampicamuri di quartiere è uno dei cast più azzeccati degli ultimi tempi. La continuity marvelliana qui va a farsi fottere, collocando Spiderman all’inizio della sua carriera, ma chi se ne frega (ok flagellatemi), nel plot rende benissimo. È anche uno dei pochi intermezzi “ironici”, taglio dei film Marvel di cui, fortunatamente, i fratelli Russo non abusano. Per inciso, mi chiedo perché Marisa Tomei debba sempre fare un po’ la femmina rizz… nei film.

-Fede: Non concordo. La continuity del MCU è intatta, lo Spiderman di Raimi (respect) ed il reboot di Webb non sono Marvel Studios ma Sony e, solo per questo film, Marvel, Disney e Sony hanno firmato l'accordo per usare Spiderman. Per quanto riguarda MCU, Spiderman è nuovo nuovo ed anzi rappresentarlo come un ragazzino cazzone, in contrapposizione al pesume di Cap, Black Panter e, sopratutto, The Winter Soldier, è un ottimo comic relief. E poi in coppia con Ant-Man regala delle gioie.- 

Ma arriviamo alla scena che tutti i cosplayer del mondo hanno aspettato con il rivolino alla bocca. Lo scontro nel parcheggio del Decathlon. Non epico come nel fumetto, non vede coinvolti mille personaggi ed ha epiloghi molto meno tragici, se si toglie l’incidente di War Machine (citazione di quanto successo in un periodo fumettistico di IRON Man). E’ edulcorato, ma funziona comunque e il film continua a scorrere veloce senza intoppi per tutte le sue 2h e 27 min, che non si percepiscono affatto.

-Fede: What?! Eddai è figo. Che manca? Abbiamo anche il Giant-Man. Ok, ok, c'è qualche buco di sceneggiature. Ma qui mi sento propensa a passarci sopra e lascio le critiche a loro. Fatevi du' risate. 

Un commento a parte per il cattivone: attenzione Civil War ha il pregio di inserire un cattivo che in pratica non si scontrerà mai direttamente con i nostri eroi. Interessante approccio, funziona come idea, ma scade un po’ nella scelta del personaggio: il barone Zemo originale è un genio del male. La spinta della vendetta per aver perso i cari è fuori personaggio, oltre a essere trita e ritrita. Inoltre è poco credibile che, senza nessun supporto esterno, questo ex-soldato riesca a architettare un piano così ambizioso. Non ne esce un cattivo carismatico e forte, ma del resto, anche nei fumetti, non si distingue certo per coraggio. A livello fumettistico se parliamo di Zemo parliamo di un supervillain, antagonista n.1 del mondo del nostro soldato a stelle e strisce. Addirittura due generazioni di Zemo hanno afflitto il mondo, Cap e gli Avengers tutti. Insomma, signori, parliamo del responsabile della morte di Bucky e del congelamento di Steve, un cattivone paragonabile al Red Skull. Come lo Zemo del film, fa dell'ingegno la sua forza non essendo certo lui in prima persona a poter tener testa a Cap per forza bruta. Il film lo semplifica in maniera eccessiva: non dico di rappresentare lo Zemo fumettistico, con la pezzola viola sulla faccia e il collo di ermellino, ma secondo me si poteva fare uno sforzo un po' maggiore per far emergere le qualità strategiche e l'intelletto deviato del personaggio originale.
Il soldato di inverno, per il secondo film consecutivo, è mono espressione e monotematico: "non volevo, non è colpa mia, però sono una merda e devo essere punito"...no, dai, due palle. Del resto però anche il Bucky originale esiste solo in funzione di Steve e non ha questo carattere avvincente. James "Bucky" Barnes, nella sua prima apparizione su carta, muore che è ancora minorenne. Si deve aspettare il 2005 perché Ed Brubaker e Steve Epting lo ritirino fuori come Soldato di Inverno. Una Super spia, di cui ne viene ricostruita la back-story a ritroso in maniera efficace, e che avrà un ruolo importante negli eventi post Civil War, diventando il nuovo Cap America dopo la presunta uccisione di Steve. Nonostante non si distingua per complessità caratteriale, il film non gli rende merito. O forse l'attore non funziona, chi può dirlo.
Lo scontro finale fra IronMan e Cap è bello cruento e ricalca molto quello fumettistico. Alcune inquadrature ricordano le tavole di Jenkins, con un finale ovviamente meno amaro ma che non si può certo definire un lieto fine.
In conclusione, era impossibile portare su pellicola la saga Civil War, così come è stata scritta. Ma il plot cinematografico è scritto bene e ne trae ampiamente spunto, conseguendo lo stesso risultato. Il MCU è stato costruito bene fin dall’inizio, film dopo film, ed è in Civil War che si iniziano raccogliere i frutti più evidenti. Se consideriamo poi il lavoro di continuity fra MCU in cinema e TV (vedi serie Netflix, ma soprattutto Agents of S.H.I.E.L.D.) tanto di cappello. Adesso sono curioso di vedere come si cimenteranno con qualcosa che, però, deve essere epico, come la saga InfinityGauntlet che, n.d.r. deve tirare tutte le fila delle infinity stones e spiegare tutti i post credit in cui appare Thanos con risata satanica e sarà sviluppata in Guardian of the Galaxy 2. Riusciranno a dare il giusto taglio e ad armonizzare tutti i personaggi? Perchè un gran rischio c'è ed è quello che chiamo l'effetto Apocalisse (intendendo il mutante numero uno visto nell'ultimo X-Men). In Infinity Gauntlet ci sono mega super villain, praticamente delle divinità, talmente tanto potenti e forti che è molto difficile rendere affascinanti negli scontri con i nostri amati eroi. La superiorità è talmente manifesta, che ci vuole tutta l'arte di uno sceneggiatore baciato da una aurea Kirbyana per non scadere nel banale e non deludere lo spettatore. Non è per nulla scontato rendere merito a una storia che Starlin aiutato dalle magistrali illustrazioni dal dio Perez ha reso un capolavoro.
Incrociamo le dita e nel frattempo andiamo a vedere cosa han combinato con il Dottore, godiamoci Luke Cage e Ghost Rider e aspettiamo fiduciosi maggio per Guardian of the Galaxy 3 e luglio per Thor 3.

-Fede: sopratutto luglio per Thor 3, facendosi du' risate con questo.

Friday, 20 January 2017

Sherlock - season 4


Una pena scrivere questa review. Una pena perchè Sherlock era un discreto show.
Diciamo che mi sono divertita anche a questo giro, più o meno, ma parecchio meno. Anzi il finale... non vedevo l'ora che finisse. Il peggior episodio dell'intero show. Anzi, a ben pensarci, sono estremamente incavolata per il finale e direi che la serie è andato in calando. Partita con un episodio OK e finita malissimo.
Procediamo a un minimo di analisi. Il filo conduttore della stagione è Moriarty, o, meglio, l'immenso, volontario equivoco che porta la faccia di Moriarty. Moriarty è un piacere per lo spettatore, ma è morto, e lo si dà per assodato fin dal primo istante. La questione era già stata analizzata e conclusa nell'"Abominable bride". E allora cosa c'è in ballo? La sua legacy? Mitomania? O qualcosa di più intrigato e sconvolgente?
"The six thatcher" ancora regge, anche se la nonchalance con cui Sherlock risolve i casi, il modo in cui tratta la gente e la velocità eccessiva a cui parla, iniziano a dare noia. La storia di per sè regge e presenta una classica struttura. Il primo caso - il ragazzino carbonizzato in macchina - . gustoso, viene dismesso in pochi secondi e serve solo come plot device per introdurre il vero caso, quello dei busti della Thatcher presi a martellate. Fin qui tutto bene, finchè non si scopre il vero arcano, che riguarda la back story di Mary. Di questi tempi, come le back story vengono spiegate, il personaggio in questione generalmente fa la fine del famoso gatto sull'Aurelia. Quando gli altarini si scoprono, dopo lo scontro di SH con il tipo in piscina, nello show, in lontanaza, si inizia a intravedere lo squalo che si salterà definitivamente nel finale. La back story di Mary non riserva sorprese: era un agente segreto freelance fighissimo, aveva dei compagni,  veniva occasionalmente reclutata dal governo britannico, cosa di cui Mycroft era, ovviamente, a conoscenza. Niente che non si sapesse già o si intuisse. La narrazione fila liscia, finchè Mary decide di andarsene a giocare alla superspia, gira per il mondo dagli appennini alle ande, prende passaporti sotto i sassi, guida ogni tipo di mezzo compreso un cammello e non si preoccupa nemmeno di controllare che la pennina USB sia stata compromessa.
Via, su, davvero?
Il finale dell'episodio poi è melenso, con tanto di sacrifico e discorso. Il video serve come collante per l'episodio dopo e per far far pace a Sherlock and Watson. Per l'ennesima volta. L'unica cosa intrigante era la potenziale scappatella di Watson con Exxx, se anche quello non fosse stato tutto un complotto. Troppi complotti, troppi colpi di scena che non divertono. E Mycroft che agisce come deus-ex-machina supremo, sopra tutto e sopra tutti. Troppo al di sopra di ogni possibile regola di Dio e degli uomini. Fastidioso, sopratutto perchè questo è un dramma-noir, non una minchiata supereroistica della DC.
"The lying detective" non ha senso. Un milardario serial killer, che praticamente agisce alla luce del sole, che si sputtana dai primi 10 minuti. Perchè deve raccontare le sue bravate in un meeting e drogare gli astanti? Che senso ha? L'attore  è realmente disturbante, creepy ecco; ho fatto fatica a guardare un discreto numero di scene, per la noia eh. Essendo il caso in sè nonosense, almeno la metastoria raccontatela bene. E invece perchè il tutto? Perchè Mary, oramai graduata a angelo custode, aveva lasciato detto a SH che Watson non si sarebbe mai fatto aiutare se non avesse pensato che era lui a dover aiutare SH. Una sorte di reverse psicology di noiattri, che non funziona manco sui bambini in età prescolare, figuriamoci su degli adulti, sebbene adulti seriamente disturbati. Suppongo che tutta la manfrina della seconda puntata sia servita solo a preparare il terreno per il finale, ricreando il team, introducendo Eurus in disguise e lasciando qua e là indizzi sulla back story di Sherlock (in particolare Red Beard) e della famiglia Holmes tutta. L'idea era bellina, la realizzazione pessima.
Nel "The Final problem" una Eurus più vicina a una X-men che a una donna con una intelligenza superiore al normale, riesce, in un'ora sola, a mettere in mostra una serie notevole di falle di sceneggiatura. Ecco l'elenco:
- convince Mycroft, che è ritenuto l'essere umano più smart dell'impero britannico e che è a conoscenza delle sue capacità, a lasciarla sola con Moriarty, il nemico n.1 dell'impero stesso, nonchè mente machiavellica e sociopatico patentato.
- con la forza del pensiero riesce a sottomettere alla sua volontà tutti gli impiegati di un prigione di massima sicurezza costruita in mezzo al mare solo per lei
- esce e entra dalla suddetta prigione a suo piacere (come? in elicottero? guidato da chi?) e va a spasso a Londra vestita da smorfiosa a lasciare numeri di telefono agli utenti del tfl. e a mandare droni  esplosivi in casa altrui.
-mette su un rebus pazzesco, con tanto di sequestro di ben 4 persone (di cui tre insalamate fuor di finistra) e senza mai cambiarsi il vestito bianco e le ballerine
- trasporta se stessa e tre uomini dalla prigione di massima sicurezza a un casolare in un punto non meglio precisato dello Shire inglese (ah, costruisce anche una stanza fittizzia)
- incatena Watson in fondo a una botola.
Posso continuare, ma poi diventa noioso. E alla fine? Aveva solo bisogno di un abbraccio e un bacino, perchè il suo essere al limite dello spettro autistico in realtà dipendeva solo dalla mancanza di affetto e di amici in infanzia. O forse dai vaccini, chi può dirlo. Sicuramene è bene che i genitori Holmes si astengano da dare consigli di parenting.
Dopo che viene abbracciata dal fratello, comunque, anch'esso un pezzo in là nello spettro dei disturbi della personalità, tutto finisce a tarallucci e vino: a JW che era, fino a un secondo prima, incatenato al fondo della botola viene lanciata una corda, Mycroft si salva off screen, Exx viene rispedita nella stessa cella da cui è andata e venuta a piacere per chissà quanti anni.
Poi arrivano i titoli di coda e boh. Si fa pace con il fatto che Moriarty era solo un escamotage, una macchinazione, un piano ingegnoso. Ma finalizzata a cosa? qualcuno l'ha capito? c'è qualcosa in più che non sia autoreferenzialismo fine a se stesso?
E John Watson, che, per inciso, non si era manco accorto della somiglianza fra il suo nuovo sogno erotico e la sua psicologa, non è stufo di essere solo esclusivamente la spalla minchiona? Ha appena perso la moglie, perdio, ed è un padre di famiglia. Vogliamo parlare di Molly? Meglio di no. Mrs Hudson è l'unica che tiene un minimo alto il nome del popolo femminile, che, come quello maschile del resto, non ha vita proprio, ma esiste solo in funzione di Sherlock Holmes e delle sue follie.
L'happy ending, con riunione familiare al suono di violino in prigione (della serie, "una musica può fare"), Baker Street in ricostruzione e snapshot da famiglia MulinoBIancoSenzaOlioDiPalma è la ciliegina sulla torta, di quelle dei compleanni dei bambini americani, però, che fanno caa e si buttan sempre nel secchio del sudicio.  Nemmeno la rivelazione shock della vera identità di Red Beard, seme piantato lí fin dalla prima stagione, presunta chiave di lettura della personalità di SH, mi ha regalato un momento di gioia; a quel punto era già andato tutto a farsi benedire. Lo squalo era stato saltato e volevo solo andare a letto.
Peccato. Ha perso momentum. Ha perso appealing. Ha perso ironia. Ha perso tutto quello che lo ha reso favoloso per cosí tanti anni. Se, come si pensa, questa è l'ultima stagione, lascia l'amaro in bocca. Meglio restare nel ricordo dell' "Abominable Bride" che invece era degno di essere guardato e riguardato. E impegnarsi a vedere Cumberbatch in Doctor Strange.

Friday, 19 August 2016

DC's Suicide Squad

by Francesco Dì


Prendiamo i classici del rock, quelli che stanno bene come soundtrack per introdurre buoni e cattivi, poi prendiamo i cattivi, perché diciamolo sono sempre più affascinanti e interessanti dei buoni, mescoliamo il tutto. Aggiungiamo il fascino di Will Smith e quello di Margot Robbie, un pizzico di insanita mentale, una buona dose di battute a effetto ed ecco le due ore e dieci di Suicide Squad, produzione Warner Bros basata sui comics DC.
Un'agente governativo (Amanda Waller), spietato come la merda, raccatta i peggio pazzi criminali per avere un'unità di crisi che possa intervenire in caso di attacco di metaumani. La storia si colloca, (finalmente un po’ di continuity anche in DC/WB) dopo Bat vs Sup, infatti si cita la scomparsa del kriptoniano e le problematiche del rapporto con i metaumani. Il film si sviluppa nella maniera più classica per il genere "team che dovrà salvare il mondo" (dopo Tolkien tutto è stato scritto): introduzione dei personaggi, reclutamento, prime sconfitte, affiatamento fra il team, cattivone, vittoria, ma a caro prezzo.
Il primo tempo è di preparazione della squadra, il reclutamento tentando di convincere tutti che sia una buona idea. I personaggi vengono ben caratterizzati, Harley Quinn e Deadshot fanno da padroni: gli viene dato molto spazio nella pellicola, con buon risultato. La trama fila via bene, con apparizioni di Batman, di Joker e vari rimandi ai prossimi film DC (Justice League of America su tutti).
Due parole a parte sul Joker: è sempre affascinante vedere una nuova interpretazione della nemesi di Batman. Leto è un Joker moderno; a passo con i tempi dei tatuaggi, dei fisici scolpiti e dei vestiti trendy. Ci sta, si colloca bene nel film ed è interessante rendere attuale il personaggio. Mi piace la sua interpretazione, i tick, i cambi di umore e di espressione e quella onnipotenza che ha nel fare le cose. Azzeccato! sono curioso di rivederlo in futuro. Tra l’altro è ben “dosato” all’interno del film, senza rubare troppo la scena da Harley. Lei è la numero uno, bella, pazza, innamorata e letale. Azzeccatissima e forse più caratterizzata che nei comics.
Purtroppo, per quanto il primo tempo scorra bene e sia valido, è pessimo il secondo tempo. Il villain di turno a parer mio è totalmente fuori luogo: troppo esagerato e alieno, per la squad avrei visto più calzante un antagonista più metropolitano. Nel secondo tempo il ritmo cala, la novità dei personaggi pure, c’è troppo buonismo soprattutto nel finale.
Il doppiaggio del film non si può sentire, Flag specialmente.
Riassumendo, film godibile due ore piacevoli con dei momenti di buon livello, primo tempo 7,5 secondo tempo 5. La sufficienza la raggiunge, da vedere se si vuole passare due ore spensierate, ma ben lontano da una pietra miliare del cinema supereroistico.
Un piccolo appunto: come nei film Marvel ci sono i riferimenti ai film futuri tipo JLA (Hype per quest’ultima), e questo è un bene: ma per favore, non dopo i titoli di coda!!! E dai, capisco che ¾ di Marvel è copiata dalla DC, ma non vendicatevi così.
Infine qualcosa sul fumetto.
Premetto che non conosco bene il fumetto, dell’universo DC non sono così ferrato, ma ricordo bene la prima volta che fu presentata la Squad, all’interno di un racconto di Supes and JLA (Legends, John Ostrander, Len Wein e John Byrne), dove la Squad è una comprimaria nel plot della narrazione (notare che è la prima apparizione italiana del nostro gruppo di cattivoni). Sono pochi i comprimari di questa apparizione ad essere presenti nel film di Ayer, che è in linea con la Squad moderna del periodo New52 della DC. Qui sotto riporto brevemente una rapida descrizione degli attuali personaggi, per chi sia approcciasse la prima volta a la nostra cara squadra suicida.
I membri del gruppo portato sul grande schermo sono tutti villain più o meno celebri delle serie più famose dell’universo DC.
Deadshot (Will Smith). Creato nel 1950 da Bob Kane, ossia il “papà” di Batman e del Joker, Floyd Lawton è un sicario prezzolato privo di veri superpoteri, ma dotato di una mirra infallibile. Nella sua prima apparizione era anch’egli un vigilante che finisce per scontrarsi con l’Uomo Pipistrello per il dominio nelle strade di Gotham, ruolo che ricoprirà nuovamente (ma solo per un breve periodo) negli anni ’90.
Harley Quinn (Margot Robbie). Personaggio che trova le sue origini nella mitica serie “Batman - The Animated Series”, il cartone animato generato dal successo dei film di Tim Burton e andata in onda (negli Stati Uniti) tra il 1992 e il 1995. Nata come fidanzata del Joker e spalla comica, trova un successo immediato presso il pubblico, tanto da essere inclusa anche nella serie regolare del fumetto. Originariamente, Harley era una psicologa di Arkham, impazzita a seguito di una folle infatuazione per il Joker. Tra i due esiste una tormentata relazione: lei è innamorata, ma la condizione psicologica del Clown Principe del Crimine porta a sublimare il sesso con la violenza, con ovvie conseguenze. A seguito dell’uscita del videogame “Batman - Arkham Asylum”, il look di Harley Quinn è divenuto meno cartoonesco e più sexy, tanto che nei fumetti la sua “divisa ufficiale” è data da un paio di short striminziti.
Capitan Boomerang (JayCourtney). Terzo membro della Task Force X a non avere superpoteri veri e propri, Digger Harkness è però dotato di una mira infallibile che gli permette di colpire con precisione chirurgica qualsiasi bersaglio usando i suoi boomerang. Apparso per la prima nel 1960, è stato una delle nemesi storiche di Flash.
El Diablo (JayHernandez). Il personaggio di El Diablo appare per la prima su “All-Star Western” nel 1970. Il primo a portare il nome fu Lazarus Lane, un contabile del far west che, finito in coma a seguito di un furto, viene resuscitato da uno sciamano per divenire un vigilante. Il personaggio che appare all’interno della Suicide Squad è però diametralmente opposto all’originale: Chato Santana è il membro di una gang dotato di poteri pirocinetici che, dopo aver causato una strage di innocenti nel tentativo di distruggere una gang rivale, si consegna spontaneamente alle autorità.
Killer Croc (AdewaleAkinnuoye-Agbaje). Alias Waylon Jones, altro arcinemico del Cavaliere Oscuro di Gotham. Jones nasce affetto da ipercheratosiepidermolitica, patologia che rende la sua pelle dura e coperta di scaglie come quella di un rettile. Appare per la prima nel 1983 ad opera di Gerry Conway. Più che un cattivo vero e proprio, un reietto la cui deformità finisce per traviarlo socialmente.
Joker (Jared Leto). Personaggio che non ha certo bisogno di presentazioni. Creato da Bob Kane, Jerry Robinson e Bill Finger, è il villain per antonomasia nella cultura pop. Psicopatico, deviato sin nel midollo, è l’incarnazione della risata della follia, che si oppone all’oscura giustizia di Batman. Ispirato a “L’Uomo che Ride” di Paul Leni, tratto dal romanzo omonimo di Victor Hugo. Jared Leto è il terzo attore ad incarnarne le fattezze al cinema, il quarto se si conta anche il televisivo Cesàr Romero.
L’Incantatrice (Cara Delevigne). Apparsa per la prima volta su “Strange Adventures” nel 1966, creata da Bob Haney e Howard Purcell, è la “villain dei villain” nel film di Ayer. Nei comics si è scontrata più volte sia con Supergirl che con Lanterna Verde.
Per ulteriori info fumettistiche vedere i seguenti riferimenti:

Nota di Fede: Io non ho visto il film quindi non posso parlare, ma se tanto mi dà tanto, e da quello che ho letto - e da quello che anche Francesco pare far intendere -, pare che ancora una volta la DC/WB non sia stata all'altezza delle aspettative. Dopo il flop di BvS potevano cercare di stare un po' più attenti. Un po' forse è questione di gusti: i blockbuster di supereroi con pretese di grande cinema li trovo fastidiosi, ma, temo, qua, sempre da quello che ho letto, sia proprio un problema di storytelling. C'è modo e modo di sviluppare trame e al pubblico del XXI secolo non bastano più due botte e due effetti speciali per gridare al capolavoro. Appena posso lo guarderò e dirò la mia nei commenti. Intanto si apra pure il dibattito.